Eleutheros

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Eleutheros (ἐλεύθερος: parola che, in greco antico, significa semplicemente "libero") è una pagina dedicata all'approfondimento di questioni di attualità, di temi politici, giuridici, filosofici, ed allo scambio di idee fra persone libere. I contenuti e la gestione del blog sono curati da Fabrizio de Francesco.


Da www.ateniesi.it





Dal Blog ateniesi.it: "
Noi Ateniesi siamo 'gli entusiasti' della Leopolda. Partiamo da Torino, ma con noi abbiamo amici di tutta Italia e connazionali che vivono all’estero. Siamo Democratici, di quelli che lo erano ancora prima che nascesse un partito con quel nome. Rubando tempo alla nostra vita, ai nostri affetti e al nostro lavoro, abbiamo sostenuto con impegno Matteo Renzi alle primarie del 2012. Ma non siamo 'ufficiali'. Vogliamo continuare a presentare e discutere il nostro modello di sinistra 'laica' e riformista, aperta, ambiziosa e progressista. Ci siamo associati in 'Adesso! Torino'. Siamo una parte, non il tutto. Più fluidi che organizzati. Abbastanza social. Restiamo convinti che il meglio debba ancora venire".

Clicca qui per scaricare il
"Manifesto degli Ateniesi"



Questi sono i miei articoli su www.ateniesi.it


- Porcellum: il fallimento della politica e la supplenza dei giudici
5 dicembre 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- Ricollocare la Resistenza nella sua dimensione storica, non politica
21 novembre 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- Ustica: un barlume di verità nel buio voluto della nostra storia

30 ottobre 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- Amnistia e indulto? Due misure per evitarli

16 ottobre 2013
(leggilo su ateniesi.it
)



- Due "considerazioni inattuali" sulla verità:

Parte II: L'Italia, un paese senza verità
19 settembre 2013
(leggilo su ateniesi.it)


Parte I: L'obbligo di dire la verità

18 settembre 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- La riforma della geografia giudiziaria ha uno spirito da sostenere

6 settembre 2013
(leggilo su ateniesi.it
)


- Riformare la giustizia: purtroppo “fare come Torino” non basta
17 luglio 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- Sciopero avvocati e mediazione civile obbligatoria

9 luglio 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- “Decreto carceri”: nessuna risposta sulla certezza della pena

1° luglio 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- Matrimoni gay, coppie di fatto e l’esempio francese: un po’ di chiarezza
4 giugno 2013
con Federica Maccario
(leggilo su ateniesi.it
)

- Riformare il lavoro: non trascuriamo gli aspetti processuali
3 giugno 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- Giustizia civile: l’approccio del ministro Cancellieri

27 maggio 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- La riforma della giustizia non è questione da affrontare "in emergenza"
7 maggio 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- I nuovi Italiani: allargare la cittadinanza senza paura
10 aprile 2013
(
leggilo su ateniesi.it)

- L’ “italian sounding”
e la tutela del Made in Italy
22 marzo 2013
(
leggilo su ateniesi.it)

- Banca d’Italia e Consob: quindici anni di fallimenti

18 marzo 2013
(
leggilo su ateniesi.it)

-
Riformare la giustizia: quattro punti di partenza
11 marzo 2013
(leggilo su ateniesi.it
)

- Per una "vera" class action

6 marzo 2013
(leggilo su ateniesi.it
)


Pericle: L’elogio di Atene democratica
Il nostro sistema politico non compete con istituzioni che sono vigenti altrove. Noi non copiamo i nostri vicini, ma cerchiamo di essere un esempio. Il nostro governo favorisce i molti invece che i pochi: per questo è detto una democrazia. Le leggi assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo stato, non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento … La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo il nostro prossimo se preferisce vivere a suo modo… Ma questa libertà non ci rende anarchici"

(Tucidide, II, 37-38)


Dal Blog


Qui di seguito trovate gli ultimi articoli pubblicati sul Blog
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Guerra in Siria: l'Italia e l'alibi dell'ONU
Pubblicato da Fabrizio de Francesco in Politica estera
2/9/2013
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La situazione in Siria sembra rapidamente evolversi verso una guerra da parte degli Stati Uniti - e, pare probabile, anche della Francia - contro il regime di Assad. Ieri, dopo aver diramato notizie circa l'uso da parte del regime siriano di armi chimiche, il presidente Barack Obama ha dichiarato di essere pronto ad ordinare un attacco ma ha comunque riferito di voler chiedere una pronuncia preventiva al Congresso. Come in tutti i casi di questo tipo qualsiasi decisione è delicata e drammatica. Come ha osservato Alexander Stille in un articolo di approfondimento su La Repubblica di ieri, gli Stati Uniti (e, a ben vedere, tutto l'Occidente, noi compresi) ha di fronte a sé le seguenti tre opzioni: 1) ordinare un operazione militare completa, che miri al rovesicamento del regime di Assad; 2) disporre un attacco limitato e mirato, capace di indebolire il regime ma col rischio di rivelarsi inconcludente; 3) non fare nulla. Ciascuna di queste soluzioni si presta evidentemente a critiche: Obama, al momento, sembra intenzionato ad adottare la seconda (ferma l'annunciata richiesta di autorizzazione al Congresso, il cui voto favorevole, secondo alcuni osservatori, non sarebbe del tutto scontato).

Di fronte a tutto ciò l'unica posizione del tutto insostebnibile è, al solito, quella italiana, già espressa nei giorni scorsi dal Ministro degli Esteri, Emma Bonino, e compendiata nelle dichiarazioni di sabato scorso di Enrico Letta
: "Il regime di Assad possiede arsenali di armi chimiche, il cui uso è un crimine contro l’umanità. Comprendiamo l’iniziativa di Stati Uniti e Francia, alla quale però, senza le Nazioni Unite, non possiamo partecipare". In buona sostanza, l'Italia non si muove senza una decisione dell'ONU. Come ormai l'esperienza degli ultimi decenni dovrebbe averci insegnato, si tratta di una posizione ipocrita e non consona ad un paese che voglia ambire a ricoprire un ruolo internazionale.

Il richiamo all'ONU è anacronistico e, per certi versi, persino giuridicamente infondato
. Senza addentrarci in tecnicismi, potrebbero esservi addirittura fondati motivi per sostenere che le parti dello Statuto delle Nazioni Unite, adottato con la Carta di San Francisco firmata il 26 giugno 1945, relative al ruolo del Consiglio di Sicurezza nel mantenimento della pace e nel rispetto dei diritti fondamentali in situazioni di conflitto (in particolare gli artt. 39-50: clicca qui per leggere lo statuto), siano ormai abrogate per desuetudine e non più vigenti. Ricordo infatti che nel diritto internazionale la consuetudine - e cioè il comportamento costante nel tempo (diuturnitas) tenuto dai consociati con la convinzione della sua doverosità (opinio iuris ac necessitatis) - è la fonte primaria rispetto alla quale i trattati e le convenzioni si pongono come fonte secondaria, subordinata; ciò che vale anche per la conseutudine abrogatrice, cioè la desuetudine, intesa come ripetuta, mancata applicazione di un trattato o di parti di esso. Mi rendo conto che possa apparire come una tesi ardita e, di certo, non "politicamente corretta": essa mi pare tuttavia ben supportata dalla realtà e dal principio di effettività, vero pilastro su cui regge l'intera costruzione del diritto internazionale. In ogni caso, a prescindere da ogni considerazione sul rapporto fra le fonti del diritto internazionale, non può ingorarsi come la stessa architettura istituzionale dello Statuto delle Nazioni Unite in questa materia, il cui fulcro è la disciplina del Consiglio di Sicurezza, sia ormai anacronistica: essa è infatti frutto di un equilibrio fra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale (USA, URSS, Cina, Francia e Gran Bretagna), le quali siedono come membri permanenti con diritto di veto, entrato in crisi già all''indomani della sua creazione, con lo scoppio della Guerra Fredda. Potremmo tranquillamente sostenere che tutta la storia politica internazionale della seconda metà del novecento prescinde completamente dal ruolo del Consiglio di Sicurezza. Lo stesso può dirsi per la situazione geopolitica attuale.

Appellarsi ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per intervenire in Siria equivale pertanto a dire
- visto lo scontato veto che la Russia porrebbe su qualsiasi risoluzione autorizzativa dell'uso della forza - che non si ha alcuna intenzione di intervenire. Ciò che costituisce una posizione pienamente legittima ma che dovrebbe essere espressa apertamente. Di fronte a scenari tragici come quello che si prospetta in Siria l'Italia dovrebbe avere il coraggio di esprimere un'opinione chiara in uno di questi due sensi: 1) dichiarare intollerabili i crimini perpetrati dal regime di Assad e, quindi, aderire e partecipare alla guerra ritenendola giusta (si noti, alla "guerra", avendo il coraggio di chiamarla come tale, senza espressioni edulcorate, quali "missione di pace" o simili); 2) dichiarare di non voler partecipare alla guerra ritenendola ingiusta: o ingiusta di per sé, o quale mezzo per intervenire nel caso specifico, avendo però l'onere di indicare concrete vie alternative, o per entrambi i motivi. In quest'ultimo caso il rischio è evidentemente quello di assumersi una parte di responsabilità nel caso in cui i crimini, una volta dimostrati, continuassero. Tertium non datur: dire di non potersi muovere senza mandato dell'ONU equivale a non dire nulla. Forse la realtà è un altra: e cioè che, in ogni caso, non saremmo pronti ad affrontare un intervento militare, sia per l'attuale inadeguatezza delle nostre forze armate per missioni di attacco, sia perché la nostra disastrata situazione economico-finanziaria non ce lo consentirebbe. Ma allora, anche in questo caso, tanto varrebbe dirlo ed ammettere che non siamo una potenza, nemmeno regionale, capace di avere un ruolo in situazioni di questo tipo, senza coprirci con la foglia di fico dell'ONU.


Perchè abbiamo paura di dargli il colpo di grazia?
Pubblicato da Fabrizio de Francesco in Politica italiana
8/8/2013
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Dopo la Sentenza Mediaset, con cui la Corte di Cassazione lo ha condannato a quattro anni di reclusione per reati fiscali, Silvio Berlusconi è in una condizione di oggettiva ed evidente difficoltà: stretto nella morsa della possibile decadenza da parlamentare e della incandidabilità alle prossime elezioni, con la probabilità di trascorrere il prossimo anno agli arresti domiciliari o affidato ai servizi sociali e addirittura esposto ad altre richieste di arresto per i processi ancora in corso, questa volta rischia davvero l'emarginazione dalla vita politica.
Mi chiedo perché il Partito Democratico abbia paura di dargli il colpo di grazia
.
La strada sarebbe estremamente semplice: 1) dichiarare che la sua prima condanna in via definitiva è un fatto nuovo, che impone una presa datto e non consente di governare insieme ad un centro-destra guidato da Berlusconi; 2) preparare un blitz parlamentare con le forze che ci stanno (e se ne troverebbero...) per cambiare la legge elettorale, quanto meno attraverso la semplice abolizione del
porcellum, per poi andare subito al voto.
Elenco una serie di motivi per cui ciò sarebbe conveniente.
- Il Governo Letta, delle "larghe intese", sta facendo poco: l'Italia ha bisogno di riforme strutturali e di scelte politiche coraggiose che questo governo, a prescindere dalle qualità personali di alcuni suoi membri, non può prendere.
- La "crisi economica" non è più un motivo tale da legittimare ogni scelta: è dal 2011 che per il timore di non meglio precisate conseguenze la democrazia italiana è bloccata. Il primo errore strategico del centro-sinistra fu quello di non andare a votare subito dopo la caduta di Berlusconi nel dicembre 2011, consentendo la nascita del Governo Monti e, quindi, lasciando il tempo all'avversario di riorganizzarsi: fu quello il primo passo di Berlusconi per evitare la sconfitta alle elezioni del 2013 (cui, certo, seguirono le successive scelte suicide del centro-sinistra di Bersani).
- Per di più la crisi attuale non è in realtà una "crisi economica" (ho approfondito l'argomento in queso mio articolo del 27/5/2013: clicca qui
) ma ha radici ben più profonde: la sua soluzione passerà attraverso la ridefinizione di equilibri geopolitici internazionali di fronte ai quali il Governo Letta - come peraltro lo sono molti altri governi europei - è completamente inadeguato.
- Il centro-destra non è in grado di riorganizzarsi subito perché non può fare a meno della
leadership di Berlusconi, salvo inventare improbabili successioni dinastiche in favore della figlia Marina che, tuttavia, non reggerebbero di fronte ad un candidato credibile del centro-sinistra. Al contrario, prolungare la vita di questo governo per uno o due anni consentirebbe al centro-destra, grazie alle enormi risorse economiche e comunicative di cui dispone, di riorganizzarsi.
- Stare al governo per mesi o anni col centro-destra guidato da Berlusconi sarebbe, per il PD, un suicidio politico, prima di tutto di fronte al proprio elettorato che già ha mal sopportato le larghe intese fino a qui.
- Il Partito Democratico ha bisogno di rifondarsi e di ripensare completamente il proprio modo di essere: ha bisogno di volare alto
e di ridare agli Italiani una speranza per il futuro. Rinnovarsi e vincere le elezioni subito dopo sarebbe il modo migliore per farlo.
- Il Partito Democratico, se solo lo volesse, potrebbe schierare l'unico, vero candidato
premier in grado di vincere nettamente, cioè Matteo Renzi il quale, non a caso, proprio ieri ha detto: "Io vorrei che il Pd di fronte alla crisi che stiamo vivendo ritrovasse il gusto di rinnovare, di sperimentare, ritrovasse l'entusiasmo e non si limitasse a dire 'purtroppo' a rimpiangere i tempi del passato e che corresse a raggiungere il futuro".
Non bastano simili motivi? Perché concedere a Berlusconi una pietà che egli stesso non concederebbe al proprio avversario a parti invertite?
Voglio un centro-sinistra pronto ad affrontare battaglia con strategia e tattica spregiudicate ed afficaci; voglio un centro-sinistra senza pietà, capace di attaccare e di dare il colpo di grazia ad un avversario che è già stato capace troppe volte di rialzarsi e di vincere contro tutti i pronostici.



Gli F35: opportunità o spreco?
Pubblicato da Fabrizio de Francesco in Politica italiana
15/6/2013
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Interessante dichiarazione di Susanna Camusso, leader della Cgil, al congresso Cisl: "
Dagli F35 potrebbe arrivare una grossa mano all'economia reale come anche dalle missioni internazionali di pace. Si chieda all'UE di finanziarle e si utilizzino quelle risorse per le esigenze nazionali di ripresa" (Clicca qui).
E' un tema che va approfondito. Da sempre le spese per il riarmo possono costituire un ottimo traino per l'economia. D'altra parte sulla questione degli F35 si sono sentite moltissime opinioni superficiali. La scelta è tra avere o non avere delle forze armate ma se si sceglie di averle occorre dotarle dei mezzi necessari ed investire nella difesa.
Chi pensa il contrario - cioè auspica una riduzione degli investimenti nella difesa - ha un'opinione perfettamente legittima ma rifletta sugli scenari di guerra che si profilano all'orizzonte e che si materializzeranno nei prossimi anni: se non avremo forze armate adeguate dovremo necessariamente "appaltare" la difesa ad altri (cosa che, ben inteso, si può anche scegliere di fare purché se ne comprendano le conseguenze...).
Valgano dunque le parole di un grande Italiano nel cinquecentenario dalla composizione della sua opera fondamentale: "E' principali fondamenti che abbino tutti li stati, cosí nuovi come vecchi o misti, sono le buone legge e le buone arme. E perché non può essere buone legge dove non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, io lascerò indrieto el ragionare delle legge e parlerò delle arme (...) Concludo, adunque, che, sanza avere arme proprie, nessuno principato è sicuro; anzi è tutto obligato alla fortuna, non avendo virtù che nelle avversità lo difenda. E fu sempre opinione e sentenzia delli uomini savi, quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama potentiae non sua vi nixa. E l'arme proprie son quelle che sono composte o di sudditi o di cittadini o di creati tua: tutte l'altre sono o mercennarie o ausiliarie" (Niccolò Machiavelli, Il Principe, capp. XII e XIII).



Coraggio delegati! L'appello di Davide Ricca per l'Assemblea Nazionale del PD
Pubblicato da Fabrizio de Francesco in Politica italiana
8/5/2013
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Davide Ricca, coordinatore dell'Associazione Adesso! Torino, ha pubblicato sul blog ateniesi.it un appello ai delegati che parteciperanno all'Assemblea Nazionale del PD di sabato prossimo a Roma, incitandoli ad avere il coraggio necessario ad adottare scelte coerenti con l'attuale situazione del partito e soprattutto - cosa che più ci interessa - del paese.

Vi invito a leggerlo sul sito ateniesi.it (cliccate qui
) e lo riporto qui di seguito, condividendolo appieno:


"Coraggio delegati!
Sabato è convocata l’assemblea nazionale del PD, che si svolgerà presso la Nuova Fiera di Roma (ingresso nord) nel padiglione 10 (Centro Convegni). I lavori dell’assemblea avranno inizio alle ore 10. Mi rivolgo a voi delegati, a questo lungo elenco di donne e uomini. Sabato sarete chiamati ad esprimervi. Un segretario dimissionario, le occupazioni delle sedi, i giuramenti della pallacorda, un partito che ormai vive più di militanza che di classe dirigente. E sembra che vengano ad offrirvi un pacchetto pre-confezionato. Pare ci siano grandi manovre per mantenere l’unità del partito (e perché non dovrebbe restare unito?) e forse è giusto che ci siano.
Ma non è questo il nodo, non è il reggente o il segretario, il nodo della questione è quale forma di partito. Aperto o chiuso? So bene che ognuno di voi è lì perché ce lo ha messo qualcuno. Ma quel qualcuno, vi chiedo, esiste ancora? E soprattutto, dentro di voi esiste la scintilla dell’orgoglio democratico, che vi sta facendo respirare l’aria della riscossa, della partecipazione. Il Paese è in ginocchio, siete cittadini italiani prima che delegati democratici, da qualche parte bisogna pur ricominciare a rialzarsi.
Se, quindi, vi chiederanno di modificare lo statuto e di limitare ai soli iscritti (ma poi di quale anno?) la partecipazione ai congressi, vi chiedo e vi imploro: salite sul vostro banco, come gli allievi nella scena finale dell’Attimo Fuggente, e con coraggio, guardando negli occhi la presidenza che ve lo ha chiesto (chiunque essa sia), rispondente: “No, grazie!”. Ricostruiamolo, apriamolo il nostro Partito Democratico. A tutti, anche a quelli che passano per strada (manco non fossero anche loro cittadini ed elettori). Non arrendiamoci ad andarlo a costruire da un’altra parte questo partito.
Ho la tessera come voi, ma non penso sia un privilegio per gestire la cosa
inter nos. Vorrei la prendessero in tanti e molti ne sto spingendo a farlo: ma se vogliamo il partito leggero, fluido, partecipato, capace di usare i nuovi mezzi di comunicazione, di accorciare i tempi e le distanze tra cittadini, base e dirigenti, allora non mettiamo i sacchi di sabbia alle finestre. Lo abbiamo fatto alle ultime primarie per il premier, siamo riusciti a litigare tra di noi e poi a “non vincere le elezioni”. Non ci è bastata la lezione. Sembra non basti mai. E attenti a pensare che quella base elettorale, quella delle ultime primarie, non debba essere aperta anch’essa. Eccome se bisogna aprirla.
Avremo modo di dividerci sulle idee e sulle persone che meglio a nostro avviso possono rappresentare quelle idee. Lo faremo – anche questa lezione avremmo dovuto impararla – in maniera franca e a viso aperto. Non spaventiamoci per questo, siamo un grande partito, vogliamo rappresentare la maggioranza degli italiani, è normale che ci siano letture e direttrici anche conflittuali tra loro. Spargiamo il verbo democratico. Delegati all’assemblea nazionale dell’11 maggio, aiutateci a farlo. Coraggio, dire una volta “no” temprerebbe il morale e anche il carattere. Congressi aperti, tutti. Congressi belli, partecipati e franchi. Buona Assemblea!
" (Davide Ricca).


Appello ai democratici torinesi

Pubblicato da Fabrizio de Francesco in Politica italiana
1/5/2013
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Oggi è uscito un appello ai democratici torinesi sottoscritto anche da me, oltre che da tanti altri amici, militanti e cittadini.

L'appello è pubblicato sul blog di Davide Ricca con l'indicazione di tutti i sottoscrittori (clicca qui
). Oggi ne parla anche La Stampa a pag. 49 della Cronaca di Torino.

Questo il testo dell'appello:

APPELLO AI DEMOCRATICI TORINESI

In vista della prossima direzione provinciale del PD.

Chiediamo a tutti quelli che vogliono rinnovare il Paese attraverso un Partito Democratico rinnovato di venire allo scoperto in maniera definitiva.

Di impegnarsi fin da subito con noi per la richiesta immediata di un congresso che sia aperto e che apra le porte a chi vuole costruire una sinistra finalmente di governo forte e larga.

A chi ha ucciso il Padre dell’Ulivo non dobbiamo alcun rispetto, a chi non ha il coraggio di parlare allo scoperto non possiamo che ricordare come le battaglie noi le abbiamo sempre condotte a viso aperto.

Ci siamo stancati di “non vincere” e di dover governare con il centrodestra per dare risposte alle esigenze del Paese.

Nella nostra Provincia, ci rivolgiamo a tutti, a chi ha reagito alla vicenda di San Salvario chiedendo l’apertura immediata di una riflessione autentica nel partito, ai giovani che hanno occupato il PD, a chi ha chiesto di resettarlo, a chi si sta chiedendo se è giusto impegnarsi o no, a chi lo sta facendo costruendo nuove associazioni e nuove forme di partecipazione sul territorio.

Ora non ci interessa sapere chi ha votato chi alle ultime primarie. Il nostro percorso è chiaro fin da subito ed è aperto.


Noi vogliamo impegnarci per il Paese e nel Partito. Abbiamo per primi chiesto un confronto con la società civile e ora che respiriamo da molte parti la stessa voglia di cambiamento chiediamo insieme di poterla condurre su un binario che costruisce. Insieme. Adesso!



In evidenza









 
 


Speciale Cina


Sono convinto che l'approccio dell'Occidente nei confronti della Cina debba radicalmente cambiare e che sia necessario contrastare e contenere con ogni mezzo l'ascesa della potenza asiatica. Per questo dedico una sezione apposta del mio Blog a questo tema.


I rapporti fra Cina e Stati Uniti

Pubblicato da Emilia Maria Pezzini in Geopolitica - Cina23/9/2013

Ospito con grande piacere il secondo articolo su questo Blog di Emilia Maria Pezzini, esperta di questioni cinesi sulla testata online dailySTORM.


"Le relazioni tra le maggiori potenze economiche del mondo – gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina – saranno in una fase di transizione nel 2013" ha dichiarato alla fine dell’anno scorso Daniel Franklin, editore della rivista del The Economist "The World in 2013", aggiungendo che "il cambiamento delle leadership politiche ne è una grande ragione". L’"epilogo" del 2012, infatti, era stata la rielezione di Barack Obama seguita a distanza di pochi giorni dal XVIII Congresso del Partito Comunista durante il quale Xi Jinping è stato designato come nuovo Presidente della Repubblica Popolare Cinese.

Sempre secondo Franklin, il rapporto tra il nuovo leader della Cina Xi Jinping e il Presidente Barack Obama "adesso è assolutamente quello cruciale per la politica globale
". Già nel 2009 Obama, consapevole del valore negli equilibri internazionali dell’ascesa del colosso asiatico, ha manifestato l’intenzione di migliorare le relazioni sino-americane attraverso un approccio più conciliante e pragmatico e per questo ha nominando Jon Huntsman Jr., allora Governatore dello Utah, come Ambasciatore Americano in Cina, convinto che l’esperienza repubblicana e la capacità di parlare fluentemente la lingua cinese mandarina lo rendessero "l’uomo giusto". Xi, dal canto suo, sin dalla fine degli anni Novanta ha dimostrato scelte politiche con un indirizzo molto più aperto all’estero rispetto ai suoi colleghi all’interno del PCC, non solo per attrarre investimenti stranieri, ma anche per dare alla Cina un nuovo volto nel Mondo. Significativamente, non appena è stato nominato egli ha provveduto a programmare alcune visite di Stato in altre Nazioni e soprattutto negli Stati Uniti, dove si è recato il 7 Giugno scorso, quando ha intrattenuto un meeting informale con Obama presso il ranch Mirage, a Sunnylands, in California.

Tra Cina e U.S.A., però, si è avvertito per decenni un clima di reciproca "diffidenza" difficile da mettere da parte in pochi mesi. Tanto per fare un esempio, solo poche settimane prima dell’elezione di Xi Jinping, il New York Times
ha inflitto un brutto colpo alla dirigenza cinese e al Primo Ministro uscente Wen Jiabao, pubblicando un’inchiesta (immediatamente censurata in Cina) riguardo ad enormi ricchezze accumulate dalla sua famiglia in maniere più o meno lecite che sembrava voler sollevare il tema della corruzione della classe politica della Repubblica Popolare. Ma le reciproche accuse tra i due paesi non si limitano alle pagine dei giornali e a questo genere di "pettegolezzi" e toccano argomenti ben più delicati, molti attivisti cinesi (tra cui Chen Guangcheng), ad esempio, sono tutt’ora rifugiati negli Stati Uniti, da dove lanciano campagne di denuncia contro il Governo di Pechino e per la tutela dei diritti umani (ne avevamo parlato proprio in questo blog: clicca qui).

Le tensioni, le divergenze e soprattutto i conflitti di interessi tra Cina e U.S.A. sono ancora sentiti in moltissimi ambiti. Una tra le prime questioni messe in evidenza nel rapporto di Franklin di fine 2012 è l’importanza del partenariato commerciale che intercorrono tra le due superpotenze, che nel 2012 hanno avuto scambi per un valore totale di 503 miliardi di dollari. L’occhio di Franklin si è dimostrato particolarmente lungimirante a questo riguardo e in breve le sue parole hanno trovato conferma: a Febbraio, infatti,
la Cina ha soffiato agli Stati Uniti un primato che questi ultimi detenevano fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, divenendo la maggiore potenza mondiale in termini di quantità complessiva di importazioni ed esportazioni di merci. Il 6 Settembre, in un nuovo incontro tra Obama e Xi Jinping a San Pietroburgo, questo argomento è stato nuovamente affrontato dai due Presidenti, e Xi ha affermato che lo sviluppo sano e sostenibile dell'economia cinese offrirà più occasioni alla cooperazione fra i due paesi, se le due parti saranno in grado di trovare dei punti di integrazione nella regolazione della struttura economica, nell'ampliamento della domanda interna e dell'esportazione e nell'innovazione industriale, e promuovere progetti di cooperazione.

L’altro argomento centrale per le attuali relazioni sino-americane è l’influenza nelle faccende e nelle dispute di rilevanza geopolitica, soprattutto per quanto riguarda l’Asia-Pacifico, dove spesso le posizioni delle due superpotenze si contrappongono. E’ il caso ad esempio della contesa con il Giappone sulle
Isole Diaoyu, che interessa direttamente la Cina, ma anche di interessi su altre isole come Taiwan e le Filippine. Come ha osservato Xi, nella regione dell'Asia-Pacifico gli interessi comuni dei due paesi si esprimono al meglio e la cooperazione bilaterale ha più spazio delle divergenze, motivo per il quale Obama si è detto speranzoso di costruire una completa partnership con la Cina negli affari dell'Asia-Pacifico, rafforzando i contatti e il coordinamento e promuovano insieme la cooperazione regionale. Un esempio di successo, a questo riguardo, è la collaborazione nella risoluzione delle tensioni che stanno interessando la Penisola Coreana e che sono state notevolmente attenuate dalla mediazione cinese tra l’alleata Corea del Nord e il Sud influenzato dagli Stati Uniti. Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, Cina e U.S.A. recentemente si erano già trovate in posizioni divergenti, quando il "sì" cinese al riconoscimento alla Palestina del ruolo di Stato osservatore ONU aveva avuto un grande peso nel contrapporsi al "no" americano", e si trovano di nuovo in disaccordo riguardo alla questione siriana, visto che Ia Cina ha sostenuto la Russia nell’opposizione all’intervento militare e nel proporre il piano di mediazione, accettato due giorni fa da Assad, che prevede di mettere sotto il controllo della comunità internazionale l’arsenale chimico di Damasco.

Infine, non si può dimenticare il "nodo" dell’incontro di Giugno tra Obama e Xi, non ancora del tutto sciolto: i
"cyber-attacks". A Febbraio, infatti, gli hacker cinesi dell’Unità 61398 sono stati sorpresi ad appropriarsi di dati di aziende e organizzazioni U.S.A. e l’amministrazione statunitense si era allora scagliata contro questo genere di intromissioni da parte dei cinesi, peccato però che pochi mesi dopo gli stessi Stati Uniti sono stati messi alla berlina dagli scandali legati all’esistenza del programma Prism (che consentirebbe alla National Security Agency americana di "spiare" telefoni, mail e carte di credito dei cittadini americani e di molti stranieri) e al controllo dei server di grandi compagnie (come Facebook, Google, Apple, Yahoo).


-Emilia Maria Pezzini-




Non è una crisi "economica"

Pubblicato da Fabrizio de Francesco in Geopolitica - Cina 27/5/2013


Vorrei che si smettesse di chiamare quella che stiamo vivendo con l'espressione "crisi economica". Lo sconvolgimento degli equilibri mondiali di questi anni va infatti ben oltre i meri rapporti economici: possiamo dire che si tratta di una vera e propria "crisi storica" o "crisi geopolitica".

Il mondo sta vivendo uno spostamento di risorse e di ricchezza, certo, ma anche e soprattutto di potere
, dall'Occidente ad aree del mondo che, almeno dall'epoca del colonialismo - e cioè dal '500 e '600 in poi - dall'Occidente stesso sono state dominate e sottomesse: oggi quelle aree del mondo reclamano il loro posto nella storia. La Cina, ovviamente, è il nemico più pericoloso per gli assetti e gli interessi occidentali; ma non si può dimenticare la Russia, che è ancora la seconda potenza nucleare mondiale e che dispone di risorse energetiche imponenti.

Enormi disponibilità finanziarie, a disposizione soprattutto della Cina, consentono ad ex paesi poveri di "comprare" interi continenti con intenti che di "economico" hanno solo la facciata; dietro di essa si nasconde quella sete di potenza di una nazione su di un'altra che accomuna tutti i periodi della storia umana. Sulle operazioni cinesi in Africa rinvio ad articoli molto recenti su www.asianews.it (clicca qui
) o su Il Fatto Quotidiano (clicca qui). Su quelle in Europa avevo già provato a "lanciare l'allarme" nel mio articolo "Cina: basta con le ipocrisie!" del 17 gennaio scorso, in cui avevo riferito dell'avvertimento dei nostri Servizi Segreti sui rischi dello "shopping" cinese contro aziende italiane di rilevante importanza economica (si veda l'articolo "Shopping cinese in Italia, allarme dei Servizi", uscito su La Repubblica del 10 gennaio 2013: clicca qui).

E' fin troppo chiaro che la presunta "crisi economica" che ha vissuto in questi anni l'Occidente, e che in alcuni paesi - come l'Italia - ancora non vede un concreto spiraglio di risoluzione, non può essere letta attraverso semplici dati economici e, soprattutto, non può essere risolta con le soluzioni proposte dalle scienze economiche. Nel corso della storia umana le crisi geopolitiche si sono sempre risolte con altri mezzi, non ultimo la guerra ("guerreggiata" o "fredda" che sia). Non si vede cosa possa indurci a pensare che la soluzione di questa crisi sarà diversa. Anzi, a dimostrazione dell'esistenza già attuale di una vera e propria guerra fredda, è notizia odierna quella del furto, da parte di hacker cinesi, di sofisticata tecnologia militare americana riportata, fra i tanti, dall'ANSA: "(ANSA) - NEW YORK, 28 MAG - Progetti dei piu' avanzati sistemi di armamento Usa violati da hacker cinesi. Lo dice una commissione di esperti in un rapporto riservato per il Pentagono. Tra i progetti spiati - scrive il Washington Post - ci sono programmi in via di sviluppo che riguardano difese missilistiche, aerei e navi da guerra. Per gli esperti si tratta di 'intrusioni' che hanno dato alla Cina accesso a sofisticate tecnologie e che potrebbero indebolire il vantaggio militare Usa in un eventuale conflitto" (per leggerla sul sito dell'ANSA clicca qui).


L'attuale crisi geopolitica ci pone domande fondamentali: esiste realmente una propensione innata dell'uomo verso la pace e la fratellanza fra i popoli? esiste realmente un concetto di "progresso" per tutta l'umanità, oppure sono possibili solo "progressi" parziali, relativi a singole epoche storiche ed a specifiche aree geografiche? hanno ancora senso organizzazioni come l'ONU? può fondatamente sostenersi che la carta con cui quest'ultima è stata fondata (a San Francisco nel 1945 quale specchio degli interessi geopolitici successivi alla Seconda Guerra Mondiale) sia abrogata per desuetudine - secondo le categorie proprie del Diritto internazionale - almeno nella parte relativa alla "Soluzione pacifica delle controversie" (Capitolo VI, artt. 33 e segg.)? Si tratta di domande epocali che si porranno inevitabilmente nei prossimi anni. Sul piano pratico ho già anticipato di considerare assolutamente necessaria una strategia di totale contrasto e contenimento della Cina da parte dell'Occidente, con qualsiasi mezzo
. Gli Stati Uniti hanno già iniziato a farlo; l'Europa - se esistesse come tale - non dovrebbe esitare a seguirli, anche perché le mire cinesi e la sottile diplomazia di Pechino si sono rivolte da tempo verso il Vecchio Continente, diviso e indebolito al suo interno. Come altrimenti leggere l'incontro fra Angela Merkel ed il premier cinese Li Keqiang di due giorni fa a Berlino, in cui la Cina è riuscita a portare la Germania su posizioni completamente contrarie a quelle dell'Unione Europea in merito al protezionismo contro le merci cinesi? (leggi qui).

Che poi una seria politica di riarmo, di contrapposizione in blocchi e di contenimento militare possa avere concreti benefici economici è dato fin troppo banale: ce lo ricorda persino colui al quale viene universalmente riconosciuta la soluzione della Crisi del '29
, e cioè Franklin Delano Roosevelt, il quale riconobbe senza esitazione che, con la Seconda Guerra Mondiale, il "dottor new deal" era stato ampiamente sostituito dal "dottor vincere la guerra".

_____________________

Riferimenti e annotazioni:

per approfondimenti su tutte le questioni relative alla Cina ed all'Oriente, rinvio alla rubrica "天下 TIANXIA" di Emilia Maria Pezzini sul sito DailyStorm.




La Cina tra repressione e attivismo:
il rapporto annuale di Human Rights Defenders

Pubblicato da Emilia Maria Pezzini in Geopolitica - Cina
21/3/2013

Ospito con grande piacere l'articolo sullo stato dei diritti umani in Cina di Emilia Maria Pezzini, esperta di questioni cinesi sulla testata online  dailySTORM.


Il 15 Marzo, Chinese Human Rights Defender ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla situazione riguardo ai diritti umani in Cina: una questione delicata, visto che il Governo della Repubblica Popolare è stato più volte accusato di aver commesso azioni discutibili o addirittura violazioni dei diritti fondamentali, utilizzando come giustificazione la necessità di "armonia sociale" e di norme per il mantenimento della "stabilità" che non prevedono nessuno spazio per le rivendicazioni.

Stando all’opinione di Human Rights Defender, nel 2012, rispetto agli anni precedenti, sono stati riportati un maggior numero di casi di cinesi di etnia Han (la maggioritaria nella Repubblica Popolare) che hanno commesso atti estremi a causa della disperazione e della frustrazione data dalla mancanza di ascolto da parte delle autorità in merito a questioni di importanza fondamentale. Un esempio sono gli individui rimasti uccisi nel tentativo di proteggere le proprie abitazioni e terre agricole da progetti governativi che li avrebbero messi "alla porta". La buona notizia è che, in questo ambito, in seguito a proteste come quella che ha preso luogo a Wukan, diverse amministrazioni locali hanno emanato provvedimenti per venire incontro alle richieste della popolazione e hanno stabilito sistemi più equi di compensazione economica per le espropriazioni terriere.
Ancora più significativi sono gli incidenti che si sono verificati a causa dell’oppressione che lamentano gli appartenenti ad alcune delle 55 etnie minoritarie cinesi tra cui il fenomeno più eclatante sono le autoimmolazioni dei tibetani (rinviamo anche all'articolo "Cina: basta con le ipocrisie", su questo blog). In Tibet e nelle zone limitrofe, infatti, centinaia di persone (tra cui 80 nel 2012), monaci e non, si sono date fuoco per protestare contro la forte repressione culturale, politica e religiosa che le autorità attuano sulla popolazione.

Per quanto riguarda l’attivismo politico, secondo il resoconto di Human Right Defender, nel
2012 si è intensificato il controllo restrittivo delle autorità governative, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo di internet. Metodi come la detenzione dei dissidenti in luoghi segreti e gli "arresti preventivi" senza regolari processi sono più che mai praticati sul suolo cinese, come nel recente caso di Hu Jia, esponente del movimento per i diritti civili ed ecologista, che il 14 Marzo è stato prelevato da casa sua dalla polizia che lo ha interrogato "vivacemente" (riporta segni di violenza fisica) per otto ore, rilasciandolo solo il giorno seguente. D’altro canto, però, i tentativi di intimorire gli attivisti si sono spesso dimostrati fallimentari. Internet, ad esempio, nonostante la censura si è rivelato un mezzo sempre più efficacie nella denuncia della corruzione e degli abusi di potere dei funzionari del Governo. E un segnale positivo potrebbe essere intravisto anche nell’emergere di sempre più numerosi gruppi di attivisti per i diritti umani e nell’aumento della loro influenza sulla società civile cinese: senza dubbio, infatti, nei cittadini sono aumentati il desiderio democraticità e di partecipazione alla vita politica e la consapevolezza dei propri diritti. Lo testimoniano ad esempio, le critiche sempre più accese al sistema di detenzione nei campi di "rieduzazione attraverso il lavoro" detti "laogai", le campagne a favore della libertà dell’informazione e le rivendicazioni di tutti coloro che incominciano a ricorrere alla Costituzione cinese e agli standard internazionali per difendere i propri diritti.

E così, mentre la Cina passa ufficialmente nelle mani del nuovo presidente Xi Jinping, la società cinese e la comunità internazionale sono sempre più interessate alla questione dei diritti della popolazione e ci si augura che siano finalmente lasciati al passato i casi come quello di Liu Xiaobo, il Premio Nobel per la Pace che nel 2008 fu arrestato dal Governo cinese per il suo attivismo a favore dei diritti fondamentali.

-Emilia Maria Pezzini-





Cina: basta con le ipocrisie!
Pubblicato da Fabrizio de Francesco in Geopolitica - Cina
13/1/2013


E' stata appena battuta dalle agenzie di stampa la notizia della prima immolazione del 2013 da parte di un giovane tibetano, un ragazzo di 19 anni, per protesta contro l'occupazione cinese del Tibet.

Questa la notizia, integralmente riportata dal sito dell'ANSA: Tibet, 19enne si dà fuoco per protesta - Prima immolazione del 2013, a darsi fuoco un ragazzo di 19 anni.
"SHANGHAI (CINA) - Un giovane tibetano di 19 anni si è immolato ieri per protestare contro il controllo cinese del Tibet, portando a 96 il numero delle immolazioni dal febbraio 2009. Quella di ieri è la prima immolazione del 2013. Secondo le informazioni, Tseba, di 19 anni, si è dato fuoco nella città di Achok, nella prefettura di Kanlho (Gannan per i cinesi), nella provincia cinese del Gansu, alle 13 circa di ieri, morendo sul posto a causa delle ferite riportate. Dandosi fuoco, il giovane ha urlato slogan per la liberazione del Tibet dall'occupazione cinese e in favore del ritorno del Dalai Lama. Il corpo è stato consegnato alla famiglia. L'area nella quale il giovane si è dato fuoco è stata già teatro di molte immolazioni nell'anno scorso, che è terminato con un bilancio di 81 di questi atti estremi, il più alto da quando, nel febbraio 2009, è cominciata questa forma di protesta contro la Cina. L'ultima immolazione risaliva al 9 dicembre scorso. Le immolazioni sono riprese nonostante le autorità cinesi abbiano rafforzato i controlli nelle aree tibetane, offrendo anche ricompense economiche e taglie per ottenere informazioni. Non solo: da diverso tempo, le comunicazioni nelle aree tibetane cinesi sono a singhiozzo, mentre in alcune sono state tagliate. Non funzionano reti cellulari e telefoniche, inesistenti i collegamenti internet. Nei giorni scorsi agenti di polizia hanno anche sequestrato in case e monasteri (come era già successo a dicembre) antenne satellitari e ricevitori, per vietare ai locali di poter seguire trasmissioni straniere. Il leader spirituale dei buddisti tibetani, il Dalai Lama, in esilio dal 1959 a Dharamsala nel nord dell'India, la scorsa settimana ha chiesto alle autorità di Pechino di capire le ragioni di questi atti, respingendo le accuse, rivoltegli dal governo cinese, di essere dietro a questi atti estremi. Per il leader tibetano, le immolazioni sono indice della disperazione a cui i tibetani sono stati trascinati dalla politica di disinformazione e di censura operata da Pechino, che annienta la cultura tibetana nelle aree" (per leggere la notizia direttamente sul sito dell'ANSA,  clicca qui).

Come rileva la stessa ANSA, l'immolazione di oggi non è certo un fatto isolato, essendo di novantasei
il numero delle persone di cui siamo a conoscenza (ma potrebbero essere molte di più) che si sono uccise dandosi fuoco, dal 2009 ad oggi, per protestare contro l'occupazione cinese del Tibet (vi suggeriamo di guardare questo  video).

Al di là dell'ovvia indignazione
e protesta, il nostro Blog, proprio partendo da questa notizia, vuole iniziare una serie di Post per approfondire la questione cinese, in chiave geopolitica, senza ipocrisie o falsi buonismi.

Anticipiamo sin d'ora che la nostra posizione è quella della necessità di un totale contrasto e contenimento della Cina da parte dell'Occidente, con qualsiasi mezzo
.

Gli Stati Uniti, dopo aver perso un intero decennio in guerre inutili contro nemici inesistenti, strumentali o irrilevanti, si stanno muovendo da tempo - o almeno così speriamo - su questa linea: vi suggeriamo la lettura del numero 6 del 2012 di LIMES - Rivista Italiana di Geopolitica
, significativamente intitolato "USA CONTRO CINA" (vai al sito di Limes). L'Europa, invece, come sempre è in grave ritardo; ed anzi, in Italia ancora non si fa nulla per contrastare lo "shopping" cinese, diretto - in questo grave periodo di crisi economico-finanziaria che ci rende particolarmente vulnerabili ed appetibili - verso imprese ed aziende italiane di rilevante importanza economica: rinviamo al preoccupante articolo uscito su La Repubblica dello scorso 10 gennaio, che riferisce di un allarme in tal senso da parte dei nostri Servizi segreti: "Shopping cinese in Italia, allarme dei Servizi" (clicca qui per leggere l'articolo).

Torneremo a breve sull'argomento ma già da oggi denunziamo che in questa campagna elettorale, già di per sé priva di contenuti, i temi della politica estera, della geopolitica, della difesa dei diritti umani, della guerra e della pace, sono totalmente assenti.



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I Manifesti di Eleutheros

Barack Obama
Chicago, 6 novembre 2012
"The best is yet to come"
(vedi)


Barack Obama

Chicago, 5 novembre 2008
"Yes, we can"
(vedi)


Matteo Renzi
Firenze, 2 dicembre 2012
"A
bbiamo dalla nostra parte l'entusiasmo; abbiamo dalla nostra parte il tempo; abbiamo dalla nostra parte la libertà.
Ho ricevuto molto di più di quello che ho dato. Vi ringrazio e vi abbraccio forte
uno per uno
"
(vedi)

Matteo Renzi
Torino, 21 ottobre 2012
"Noi vogliamo andare verso rotte nuove"
(vedi)

Robert Kennedy
Kansas University, 18 marzo 1968
"
Too much and for too long, we seemed to have surrendered personal excellence and community values in the mere accumulation of material things"
(vedi)

Winston Churchill
Londra, 4 giugno 1940
"We shall never surrender"
(vedi)




Angelus Novus
Paul Klee, 1920


"A Klee painting named Angelus Novus shows an angel looking as though he is about to move away from something he is fixedly contemplating. His eyes are staring, his mouth is open, his wings are spread. This is how one pictures the angel of history. His face is turned toward the past. Where we perceive a chain of events, he sees one single catastrophe which keeps piling wreckage upon wreckage and hurls it in front of his feet. The angel would like to stay, awaken the dead, and make whole what has been smashed. But a storm is blowing from Paradise; it has got caught in his wings with such violence that the angel can no longer close them. The storm irresistibly propels him into the future to which his back is turned, while the pile of debris before him grows skyward. This storm is what we call progress".
(Walter Benjamin, Theses on the Philosophy of History, 1940)


Erodoto

"Ἡροδότου Ἁλικαρνησσέος ἱστορίης ἀπόδεξις ἥδε, ὡς μήτε τὰ γενόμενα ἐξ ἀνθρώπων τῷ χρόνῳ ἐξίτηλα γένηται, μήτε ἔργα μεγάλα τε καὶ θωμαστά, τὰ μὲν Ἕλλησι τὰ δὲ βαρβάροισι ἀποδεχθέντα, ἀκλεᾶ γένηται, τά τε ἄλλα καὶ δι᾽ ἣν αἰτίην ἐπολέμησαν ἀλλήλοισι"
(Erodoto, Storie, Proemio)



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