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Guerra in Siria: l'Italia e l'alibi dell'ONU

Pubblicato da Fabrizio de Francesco in Politica estera · 2/9/2013 09:00:00
Tags: SiriaItaliaAssadONUStatiUnitiguerrapace


La situazione in Siria sembra rapidamente evolversi verso una guerra da parte degli Stati Uniti - e, pare probabile, anche della Francia - contro il regime di Assad. Ieri, dopo aver diramato notizie circa l'uso da parte del regime siriano di armi chimiche, il presidente Barack Obama ha dichiarato di essere pronto ad ordinare un attacco ma ha comunque riferito di voler chiedere una pronuncia preventiva al Congresso. Come in tutti i casi di questo tipo qualsiasi decisione è delicata e drammatica. Come ha osservato Alexander Stille in un articolo di approfondimento su La Repubblica di ieri, gli Stati Uniti (e, a ben vedere, tutto l'Occidente, noi compresi) ha di fronte a sé le seguenti tre opzioni: 1) ordinare un operazione militare completa, che miri al rovesicamento del regime di Assad; 2) disporre un attacco limitato e mirato, capace di indebolire il regime ma col rischio di rivelarsi inconcludente; 3) non fare nulla. Ciascuna di queste soluzioni si presta evidentemente a critiche: Obama, al momento, sembra intenzionato ad adottare la seconda (ferma l'annunciata richiesta di autorizzazione al Congresso, il cui voto favorevole, secondo alcuni osservatori, non sarebbe del tutto scontato).

Di fronte a tutto ciò l'unica posizione del tutto insostebnibile è, al solito, quella italiana, già espressa nei giorni scorsi dal Ministro degli Esteri, Emma Bonino, e compendiata nelle dichiarazioni di sabato scorso di Enrico Letta
: "Il regime di Assad possiede arsenali di armi chimiche, il cui uso è un crimine contro l’umanità. Comprendiamo l’iniziativa di Stati Uniti e Francia, alla quale però, senza le Nazioni Unite, non possiamo partecipare". In buona sostanza, l'Italia non si muove senza una decisione dell'ONU. Come ormai l'esperienza degli ultimi decenni dovrebbe averci insegnato, si tratta di una posizione ipocrita e non consona ad un paese che voglia ambire a ricoprire un ruolo internazionale.

Il richiamo all'ONU è anacronistico e, per certi versi, persino giuridicamente infondato
. Senza addentrarci in tecnicismi, potrebbero esservi addirittura fondati motivi per sostenere che le parti dello Statuto delle Nazioni Unite, adottato con la Carta di San Francisco firmata il 26 giugno 1945, relative al ruolo del Consiglio di Sicurezza nel mantenimento della pace e nel rispetto dei diritti fondamentali in situazioni di conflitto (in particolare gli artt. 39-50: clicca qui per leggere lo statuto), siano ormai abrogate per desuetudine e non più vigenti. Ricordo infatti che nel diritto internazionale la consuetudine - e cioè il comportamento costante nel tempo (diuturnitas) tenuto dai consociati con la convinzione della sua doverosità (opinio iuris ac necessitatis) - è la fonte primaria rispetto alla quale i trattati e le convenzioni si pongono come fonte secondaria, subordinata; ciò che vale anche per la conseutudine abrogatrice, cioè la desuetudine, intesa come ripetuta, mancata applicazione di un trattato o di parti di esso. Mi rendo conto che possa apparire come una tesi ardita e, di certo, non "politicamente corretta": essa mi pare tuttavia ben supportata dalla realtà e dal principio di effettività, vero pilastro su cui regge l'intera costruzione del diritto internazionale. In ogni caso, a prescindere da ogni considerazione sul rapporto fra le fonti del diritto internazionale, non può ingorarsi come la stessa architettura istituzionale dello Statuto delle Nazioni Unite in questa materia, il cui fulcro è la disciplina del Consiglio di Sicurezza, sia ormai anacronistica: essa è infatti frutto di un equilibrio fra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale (USA, URSS, Cina, Francia e Gran Bretagna), le quali siedono come membri permanenti con diritto di veto, entrato in crisi già all''indomani della sua creazione, con lo scoppio della Guerra Fredda. Potremmo tranquillamente sostenere che tutta la storia politica internazionale della seconda metà del novecento prescinde completamente dal ruolo del Consiglio di Sicurezza. Lo stesso può dirsi per la situazione geopolitica attuale.

Appellarsi ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per intervenire in Siria equivale pertanto a dire
- visto lo scontato veto che la Russia porrebbe su qualsiasi risoluzione autorizzativa dell'uso della forza - che non si ha alcuna intenzione di intervenire. Ciò che costituisce una posizione pienamente legittima ma che dovrebbe essere espressa apertamente. Di fronte a scenari tragici come quello che si prospetta in Siria l'Italia dovrebbe avere il coraggio di esprimere un'opinione chiara in uno di questi due sensi: 1) dichiarare intollerabili i crimini perpetrati dal regime di Assad e, quindi, aderire e partecipare alla guerra ritenendola giusta (si noti, alla "guerra", avendo il coraggio di chiamarla come tale, senza espressioni edulcorate, quali "missione di pace" o simili); 2) dichiarare di non voler partecipare alla guerra ritenendola ingiusta: o ingiusta di per sé, o quale mezzo per intervenire nel caso specifico, avendo però l'onere di indicare concrete vie alternative, o per entrambi i motivi. In quest'ultimo caso il rischio è evidentemente quello di assumersi una parte di responsabilità nel caso in cui i crimini, una volta dimostrati, continuassero. Tertium non datur: dire di non potersi muovere senza mandato dell'ONU equivale a non dire nulla. Forse la realtà è un altra: e cioè che, in ogni caso, non saremmo pronti ad affrontare un intervento militare, sia per l'attuale inadeguatezza delle nostre forze armate per missioni di attacco, sia perché la nostra disastrata situazione economico-finanziaria non ce lo consentirebbe. Ma allora, anche in questo caso, tanto varrebbe dirlo ed ammettere che non siamo una potenza, nemmeno regionale, capace di avere un ruolo in situazioni di questo tipo, senza coprirci con la foglia di fico dell'ONU.




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